Mer. 21 Febbraio 2024 - 10:10

Il riformismo ‘visionario’
di Adriano Olivetti

di Guido Melis

 

Adriano Olivetti (1901-1960), fu erede di un pioniere dell’industria italiana, il padre Camillo fondatore a Ivrea della prima fortunata fabbrica di macchine da scrivere, anch’egli come poi il figlio un grande industriale e al tempo stesso un originale innovatore nel campo della progettazione sociale. L’azienda di famiglia divenne, sotto la sua direzione, ben più che una produttrice sia pure eccellente di macchine per scrivere. Diventò in poco tempo una delle protagoniste più originali e moderne del miracolo economico italiano degli anni Cinquanta-Sessanta, sino a competere con i grandi monopoli stranieri (specificamente quelli americani) nel campo assolutamente nuovo della ricerca informatica: fu italiana l’invenzione di quello che sarebbe poi stato il computer, realizzata da una straordinaria équipe di ricercatori scelti e messi insieme da Olivetti.

Al tempo stesso Olivetti ebbe molti altri ruoli: fu editore (la casa editrice Comunità, espressione dell’omonimo Movimento, ebbe una importanza decisiva nell’introdurre nella cultura italiana – spesso traducendoli dall’inglese – gli studi di scienze sociali, tra i quali la sociologia e l’urbanistica); fu l’instancabile animatore di progetti culturali d’avanguardia, fu convinto federalista in campo europeo, teorico della programmazione democratica dei territori, architetto ardito e fantasioso dell’innovazione, Sperimentò, nella sua fabbrica di Ivrea e nelle proiezioni  successive in altre zone d’Italia di nuove organizzazioni del lavoro, forme diverse di retribuzione e gestione del personale. Creò scuole, case per i lavoratori, biblioteche, sale cinematografiche, nella certezza che l’istruzione e la cultura potessero migliorare la manodopera e darle coscienza del proprio insostituibile ruolo nel processo produttivo. Creò a Ivrea a e altrove élites intellettuali che avrebbero poi “contagiato” molti altri ambiti del sapere, concorrendo al “balzo in avanti” della cultura e della società italiana degli anni Sessanta.

In tutto ciò ebbe dalla sua la parte migliore del Paese; ma al tempo stesso si trovò a dover subire l’ostracismo dei settori più conservatori sia del padronato industriale dell’epoca, sia della politica. Coltivò e in parte – con alti e bassi – anche realizzò un suo sogno mai tradito: quello di una industria aperta ai saperi umanistici, realizzatrice di modelli nuovi di sviluppo e consapevole delle proprie responsabilità sociali. Innovò nel design industriale, nella ricerca, nella creazione e organizzazione di mercati.   E  mirò a formare una classe dirigente nazionale all’altezza di quegli obiettivi.

Non ebbe fortuna né nella breve parentesi in cui si illuse di potersi accreditare personalmente nel campo della politica, né in definitiva nel tempo, anch’esso troppo breve data la sua morte precoce, di quella che costituì la parabola di un imprenditore eretico.

Nei brani qui riportati, estratti da uno dei suoi libri, si troveranno alcune delle idee di questo “visionario” che forse fu in anticipo sul proprio tempo ma che oggi, nella crisi che viviamo, appare più che mai interessante e per molti aspetti anche attuale.

La civiltà occidentale si trova oggi nel mezzo di un lungo e profondo travaglio, alla sua scelta definitiva. Giacché le straordinarie forze materiali che la scienza e la tecnica moderna hanno posto a disposizione dell’uomo possono essere consegnate ai nostri figli, per la loro liberazione, soltanto in un ordine sostanzialmente nuovo, sottomesso ad autentiche forze spirituali le quali rimangono eterne nel tempo ed immutabili nello spazio da Platone a Gesù: l’amore, la verità, la bellezza. Gli uomini, le ideologie, gli Stati che dimenticheranno una sola di queste forze creatrici non potranno indicare a nessuno il cammino della civiltà.

La democrazia oggi, in Europa si fonda sui partiti e sulla rappresentanza proporzionale e noi riteniamo si tratti di una democrazia formale che di democratico non ha che un meccanismo sorpassato nel quale la profonda coscienza dell’uomo non può avere una vera voce, perché i suoi mezzi di espressione sono insufficienti. La mediazione tra la volontà dell’uomo e il primo fondamento dello Stato, il Comune, si manifesta anch’essa attraverso la deformazione dei partiti politici.

Un Parlamento e un governo, secondo l’ordine e il metodo della scienza, dovrebbero essere composti da educatori, economisti, urbanisti, igienisti, giuristi e via dicendo, cioè da veri studiosi, nella teoria e nella pratica, delle funzioni sociali, e invece vediamo nel Parlamento e nel governo nove decimi di uomini impreparati che non riconoscono seriamente i valori scientifici.

 

Adriano Olivetti, Città dell’uomo, Milano, Edizioni di Comunità, 1960, pp.  34, 30,  43.

 

Fonte: Irpa.eu

 

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