Ven. 1 Marzo 2024 - 09:17

Dialettica della felicità. Intervista a Domenico De Masi

Domenico De Masi

di Patrizio Paolinelli

 

Nelle società post-industriali la produzione di beni e servizi aumenta sempre più e così pure la ricchezza. Ma per la maggioranza degli individui trovare lavoro è un rebus e la vita quotidiana è una tale corsa a ostacoli da diventare quasi un altro lavoro. Il risultato di queste contraddizioni ha condotto di recente molti studiosi a interrogarsi sul tema della felicità. Domenico De Masi è intervenuto sull’argomento con un libro intitolato, La felicità negata, (Einaudi, Torino, 2022, pp.137, 12,00 euro). Ne parliamo con l’autore.

 

Dinanzi alle sfide che il progresso e la complessità hanno lanciato alla ricerca della felicità lei ha individuato due risposte in conflitto tra loro: il freudo-marxismo della Scuola di Francoforte e il neoliberismo della Scuola di Vienna. Ha vinto la Scuola di Vienna, mentre i francofortesi della prima generazione sono considerati superati. Ciononostante mi sembra che lei li consideri ancora utili per chi aspira alla felicità. È così?

 

Sì. Ritengo che i francofortesi non siano superati, sono stati surclassati dal liberismo perché i loro concetti filosofici non hanno trovato applicazione nella vita pratica. Non hanno inciso sull’economia – ma d’altra parte la Scuola di Francoforte non era una scuola economica – però, non hanno inciso neppure sui comportamenti prodotti dalle storture della nostra società. Ciononostante, la forza di questa scuola è data dalla sua capacità di coniugare marxismo e psicanalisi e, su questa base, di aver condotto la lettura più approfondita di una serie di temi che restano ancora oggi sul tavolo e che riguardano la famiglia, l’estetica, l’industria culturale, la mercificazione, il consumismo, l’autoritarismo. Su tutti questi temi la Scuola di Francoforte ha detto parole determinanti e condotto analisi tuttora insuperate. Analisi che costituiscono una guida per affrontare le patologie della nostra società post-industriale.

 

Proprio nella società post-industriale in pochi ormai pensano che il domani sarà migliore dell’oggi. Dunque la fiducia nel progresso è crollata nonostante l’impressionante avanzare della tecno-scienza. In che misura questo crollo incide sulla ricerca della felicità?

 

Incide parecchio anche se c’è da dire che appena il progresso tecnologico si è mostrato torrenziale è nata una fitta schiera di oppositori. Pensi a Leopardi. Nella poesia La ginestra il Vesuvio è lo sterminatore che con la sua lava vince sulle magnifiche sorti e progressive. Nell’800 accanto a Leopardi troviamo filosofi come Schopenhauer e, per semplificare, il filone pessimista. Pensiamo poi con quanta violenza Nietzsche si è scagliato contro le espressioni del progresso del suo tempo. Persino Marx critica fortemente un tipo di progresso in cui la proprietà dei mezzi di produzione prevarica tutti coloro che non li possiedono e ne vengono schiacciati. Marx si oppose al progresso economico così come pensato soprattutto da Adam Smith. Riprendendo proprio una frase dello stesso Smith secondo cui una nessuno può dirsi felice se è circondato da infelici, bisogna concludere, sostiene Marx, che l’infelicità della società è lo scopo dell’economia politica.

D’altra parte i principali ingranaggi che l’economia politica liberale mette in moto sono l’avidità di denaro e la guerra fra coloro che ne sono affetti, cioè la concorrenza. Ecco qui noi troviamo alcuni elementi che poi esploderanno col neo-liberismo: le disuguaglianze intenzionalmente create da un modello economico che getta un numero crescente di individui nella precarietà e il degrado ambientale. A loro volta il degrado ambientale e le disuguaglianze creano un altro grande flagello: migrazioni di massa come non se ne sono mai viste nella storia umana.

 

Lei imputa al neo-liberismo la volontà di edificare intenzionalmente una società infelice. Ad accuse del genere i neoliberisti rispondono in due modi: sostenendo che la felicità è un tema che non li riguarda perché non è di pertinenza dell’economia; o, al contrario, a colpi di dati statistici sulla crescita del Pil, dell’occupazione, dell’economia globalizzata. Cos’ha da obiettare a queste due risposte?

 

Intanto c’è da dire che particolare la seconda risposta ha un suo fondamento. È verissimo che da oltre cento anni il pianeta produce all’incirca tra il 3 e il 5% in più ogni anno. Perciò non è solo col neoliberismo che si produce ricchezza. I trent’anni che seguirono la Seconda guerra mondiale sono stati caratterizzati da uno sviluppo impetuoso e il neo-liberismo non esisteva. Comunque sia, se prendiamo in considerazione il 2019, ossia l’ultimo anno su cui si possono fare dei calcoli seri perché non c’era la pandemia, il mondo ha prodotto il 3,8% in più, cioè una ricchezza immensa. Il fatto è che non è stata distribuita equamente: l’80% di tutta quella ricchezza se la sono spartita 1.200 persone e allo stesso tempo la povertà aumenta in maniera esponenziale. L’ineguaglianza della distribuzione della ricchezza si riflette poi su altre ineguaglianze. L’iniqua distribuzione del sapere, del potere, delle opportunità, delle tutele, del lavoro.

Tutte iniquità che sommandosi tra di loro fanno sì che esistano gli iper-privilegiati e i sotto-privilegiati. Le segnalo un dato. Durante la crisi economica intercorsa tra il 2008 e il 2018, i sei milioni di italiani più ricchi hanno aumentato la loro ricchezza del 72%, i sei milioni di italiani più poveri hanno visto crescere la loro povertà del 63%. Ciò significa che le crisi si scaricano molto più sui poveri che sui ricchi. La pandemia ha infatti consentito a pochi ricchi di diventare ricchissimi ed ecco che abbiamo circa 500 nuovi miliardari. Sempre durante la pandemia l’incremento dei ricavi di Jeff Bezos, il presidente di Amazon, è stato tale che tutti quei soldi sarebbero stati sufficienti per somministrare tre dosi di vaccino a ogni abitante del pianeta.

 

Perché la massa crescente di poveri non riesce ad aggregarsi e far valere il proprio diritto alla felicità?

 

Perché non basta essere poveri per rivendicare i propri diritti. Occorre una forza politica di riferimento, occorre un partito che metta insieme i tredici milioni di diseredati che oggi circolano in Italia e ne organizzi le lotte, gli dia una strategia, gli indichi i veri nemici, i veri alleati e riesca a ribaltare i rapporti di forza o perlomeno a equilibrarli. Con la morte di Enrico Berlinguer e poi la fine del PCI non abbiamo più avuto un grande partito che si sia interessato ai poveri e oggi a sinistra del Partito Democratico esistono piccole formazioni che non riescono a intercettare elettoralmente la crescente massa di poveri.

 

L’infelicità tuttavia non riguarda solo i poveri…

 

È vero. Per esempio i manager non hanno problemi di soldi, ma soffrono la penuria di tempo perché inzeppano la loro vita di impegni. Al di là di questo caso, in una dimensione sociale molto più allargata si va diffondendo la consapevolezza che non viviamo solo di bisogni quantitativi come il potere e il possesso. Bisogni che generano sempre rancore e alienazione. Perciò abbiamo dei bisogni qualitativi che riguardano proprio la nostra radice umana, che sono il bisogno di introspezione, di stare ogni tanto con noi stessi, sono il bisogno di amicizia, di amore, di gioco, di bellezza, di convivialità. Ecco, questi bisogni sono insopprimibili nonostante il consumismo cerchi di emarginarli sempre di più. Sotto questo aspetto la pandemia ha indotto molti a riflettere e a chiedersi: “Ma cosa sto facendo? Questa corsa forsennata in un luogo di lavoro dove produco e in un supermercato dove consumo, dove mi sta portando?” Infatti negli Stati Uniti come altrove si è registrato un gran numero di persone che ha lasciato il proprio lavoro perché è alienante e preferisce ridurre i consumi per soddisfare bisogni qualitativi.

 

Nel suo libro lei individua nel sotto-proletariato post-industriale – che come sappiamo è composto da una miriade di figure anche professionalmente qualificate – i soggetti in carne e ossa dell’infelicità. Passa poi in rassegna alcune vie di uscita da questa condizione proposte da diversi studiosi: il volontariato, il reddito universale, l’impegno civile, la decrescita felice e così via. Infine, avanza la sua idea di ozio creativo. Può spiegare in cosa consiste?

 

Dobbiamo partire dalla fabbrica fordista in cui il tempo di lavoro era nettamente separato dal tempo libero. Quest’articolazione si modifica radicalmente col passaggio alla società post-industriale. Società in cui gli operai sono sempre meno e sempre più si svolgono lavori di tipo intellettuale. Arrivando all’oggi in fabbrica ci lavora meno del 20% della forza-lavoro complessiva. L’altro 80% lavora con la testa. E che differenza c’è tra una testa e un altoforno? Che l’altoforno lo debbo lasciare in fabbrica quando esco, la testa la porto con me. Ciò significa che per il lavoratore intellettuale, per me e per lei ad esempio, non c’è più la differenza che c’era ai tempi di Ford tra lavoro e non lavoro. Oggi decine di cose che noi facciamo non sappiamo se siano lavoro o che cosa. Per esempio, noi due in questo momento cosa stiamo facendo? Beh, un po’ stiamo lavorando, un po’ stiamo studiando, io un po’ mi sto pure divertendo, e sto facendo una cosa che somiglia un poco al lavoro, un poco allo studio, un poco al gioco e un po’ di tutte e tre queste cose. È quello che io chiamo ozio creativo.

 

Per i tanti lavoratori intellettuali oggi sottoretribuiti e sottostimati l’affermazione dell’ozio creativo è una prospettiva che può schiudere le porte della felicità?

 

La sua domanda pone un problema che risolverei così: mentre è molto difficile dire che cos’è la felicità, è molto facile dire cos’è l’infelicità. E a me non interessa tanto che si raggiunga la felicità, a me per ora interessa che si esca dall’infelicità. Di sicuro l’ozio creativo si sta espandendo enormemente. Se ci pensiamo un attimo oggi al lavoro-lavoro dedichiamo una parte minima della nostra giornata lavorativa. Per esempio, partecipiamo a riunioni in cui parliamo dei problemi aziendali, ma parliamo pure del clima, del Covid e di tante altre cose. Quando un avvocato, un sociologo, o un architetto guardano un film possono trovare delle idee che poi riversano nel loro lavoro. La maggioranza di noi ha acquisito un’abitudine per la quale studio, lavoro e gioco si confondono e sarà sempre di più così. Una massima Zen sostiene che chi è maestro nell’arte di vivere persegue l’eccellenza in ogni cosa che fa e distingue poco fra il suo lavoro e il suo tempo libero. Noi due in questo momento dobbiamo fare la migliore intervista possibile lasciando agli altri decidere se stiamo lavorando o se stiamo giocando. Quando il lavoro era prevalentemente fisico, un mix del genere non si poteva fare. Ma ora che il lavoro per il 70% e tra poco sarà dell’80%, è di tipo mentale, soprattutto nelle attività creative, beh a questo punto l’ozio creativo ha vinto.

 

Il suo libro si apre e si chiude citando Marx. Il filosofo di Treviri ha ancora qualcosa da dire a chi oggi è alla ricerca della felicità?

 

Marx è stato il principale studioso della vita umana perché ha studiato tutti coloro a cui si impone l’infelicità tramite il lavoro, l’oppressione del lavoro, lo sfruttamento del lavoro. Dunque del pensiero di Marx ci restano tantissime cose. Anzitutto il metodo scientifico. Marx è capace di dedicare venti pagine solo per analizzare il lavoro che fa un tornitore. Cioè va a fondo nei problemi, non salta un passaggio, con un rigore che pochissimi hanno avuto nella sociologia.

La seconda cosa che Marx ci ha insegnato è che “il lavoro non è umano se non è intelligente e libero”. Questa frase è interessante perché non è di Marx, ma di Paolo VI e si trova nell’Enciclica Populorum progressio. Ma un Papa non l’avrebbe mai pensata né scritta se non ci fosse stato Marx. E poi l’altra concezione marxiana che non possiamo trascurare è che la società non è umana se è composta da sfruttatori e di sfruttati. E badi bene: sfruttatori e sfruttati non solo nel lavoro, ma nella ricchezza, nel sapere, nel potere, nelle opportunità, nelle tutele.

Infine, Marx dice una cosa con cui io chiudo il mio libro “L’esperienza definisce felicissimo solo l’uomo che ha reso felice il maggior numero di altri uomini”. Cioè non basta essere felici noi, i nostri parenti e la ristretta cerchia dei nostri amici. “Se – continua Marx – abbiamo scelto nella vita una posizione in cui possiamo meglio operare per l’umanità, nessun peso ci può piegare perché i sacrifici vanno a beneficio di tutti; allora non troveremo una gioia meschina, limitata, egoistica, ma la nostra felicità apparterrà a milioni di persone; le nostre azioni vivranno silenziosamente, ma per sempre”. Ecco, queste cose le abbiamo imparate da Marx.

 

Cultura sociologia, n. 1, gennaio 2023. Rivista dell’Associazione Italiana Sociologi Italiani. Supplemento della testata sociologiaonweb.it

Sito realizzato
dall’
Ufficio comunicazione UILPA

Contatore siti