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Per il futuro del Paese garantire servizi pubblici di qualità a favore delle imprese e della cittadinanza

In questi giorni due prestigiose firme del giornalismo italiano, Massimo Giannini, direttore responsabile d La Stampa di Torino, e Gian Antonio Stella, scrittore ed editorialista de Il Corriere della Sera, hanno affidato all’opinione pubblica del nostro Paese alcuni più che significativi messaggi aventi per oggetto la Pubblica Amministrazione italiana.

Succinta ma pesante come piombo la riflessione di Giannini, più articolata ma parimenti di notevole spessore quella di Stella.

Giannini, infatti, ha affermato: “Ci siamo fatti l’idea, totalmente sbagliata, che tutto ciò che era pubblico, siccome era gratuito, non avesse valore. Invece era la cosa più importante che tutti dovremmo valorizzare”.

Stella, poi, in un documentato e puntuale articolo su Il Corriere della Sera ha portato a conoscenza della cittadinanza due verità che, per più che evidenti motivazioni, fino ad oggi, in troppi hanno tentato di nascondere.

La prima riflessione parte da un dato, fonte OCSE, che spiega, se mai ce ne fosse bisogno, il perché tante richieste dei cittadini e delle imprese restano senza risposte adeguate e tempestive.

Questo dato ci pone di fronte ad una verità sconvolgente: ogni mille abitanti gli addetti nella pubblica amministrazione in Norvegia sono 160; in Danimarca 142; in Svezia 139; in Finlandia 118; in Francia 89; nel Regno Unito 79; in Belgio 78; in Olanda e in Grecia 65; in Spagna 60; in Germania 58; in Italia 53.

E’ di tutta evidenza che un’attenta lettura di questi numeri potrebbe fornire, già di per sé una più che chiara risposta…

Ma volendo essere ulteriormente puntigliosi potremmo aggiungere anche altri elementi di significativa valenza: mentre negli altri paesi europei l’età media degli impiegati pubblici si colloca prevalentemente nella fascia fra i 35 e i 54 anni con presenze degli ultracinquantacinquenni minori rispetto al personale di età inferiore ai 34 anni, da noi questi elementi impazziscono.

Infatti, in Italia i giovani, individuati nella fascia d’età fra i 18 e i 34 anni, sono meno del 5 per centro mentre, complessivamente esaminando, l’età media supera i 55 anni. La causa di questa vera e propria follia è da ricercarsi nelle politiche che dai governi Berlusconi in poi hanno caratterizzato le decisioni di tutti gli esecutivi che si sono susseguiti fino ai giorni nostri.

In questo quadro i  famigerati “tagli lineari” hanno rappresentato il punto più basso di queste scelte scriteriate che, ripetutesi negli ultimi tre decenni, hanno portato a far sì che i servizi erogati da tutte le articolazioni della pubblica amministrazione non mettessero più al centro l’interesse dei cittadini e delle imprese che a tali servizi  facevano ricorso ma, in nome di una presunta esigenza di risparmio,  la volontà di deprimerli, forse…,  al fine di dimostrarne l’insufficienza e giustificare, così, l’esigenza di ricorrere all’outsourcing con presunte economie che, all’atto pratico, molto spesso si dimostravano tutt’altro che tali con un doppio risultato negativo per la collettività: un costo maggiore e una qualità peggiore.

Illudersi, infatti, che soggetti privati, risultati vincitori di gare realizzate con il metodo del massimo ribasso, possano fornire servizi a costi stracciati dovendo, ovviamente, garantire anche il giusto guadagno per aziende che operano con l’obiettivo di ottenere il lucro atteso dagli azionisti o dai proprietari, è da persone fuori dal mondo.

Così come è fuori dal mondo pensare di poter fidelizzare lavoratori, magari sottopagati, ai quali non viene offerta nessuna prospettiva e che, con il dovuto riguardo alle loro scelte di vita, tenderanno ad acquisire posizioni in organizzazioni che operano non con la logica del mordi e fuggi ma di un sistema che risponda a principi imprenditoriali di ampio respiro, di valorizzazione delle professionalità  e di totale rispetto dei diritti di quanti vi operano.

Ed ecco, allora, il perché la parte sana del Paese, in perfetta sintonia con quanto da anni va denunciando il sindacato, ha, finalmente, preso atto della non più differibile esigenza di programmare assunzioni di professionalità adeguate alle aspettative e ai reali bisogni della collettività. Esigenza che il COVID ha moltiplicato in maniera esponenziale mettendo a nudo i limiti ai quali hanno portato le richiamate scelte miopi ed, in ogni caso, assolutamente inaccettabili dai cittadini di una società civile degna di questo nome.

I Pronto Soccorsi degli ospedali che somigliano più a bolge dantesche grazie ai tagli del 40% subiti negli ultimi anni; classi pollaio con 30/35 allievi mentre i più moderni studi collocano il numero massimo di presenze in 18/20; ricerca e università mortificate e vestite con i panni della povera Cenerentola rispetto alle sorelle europee; giovani costretti ad emigrare pur di poter esercitare con adeguati riconoscimenti le attività per svolgere le quali hanno speso soldi, sacrifici, tempo; esami  clinici e diagnostici, visite specializzate e prestazioni sanitarie ottenibili con tempi di attesa tali da obbligare i pazienti (in tuti i sensi….) a rivolgersi alle strutture private (e qui ritorna la maliziosa domanda: cui prodest?) o a correre il rischio di accelerare i tempi dell’incontro  con San Pietro; welfare in perenne affanno a causa, ancora una volta, del blocco del turn over e della schizofrenica visione con cui viene programmata l’erogazione delle prestazioni poste in carico ad una struttura con un numero di addetti pari ad un quarto di quelli in servizio delle omologhe realtà di altri paesi della UE.    

E qui arriviamo alla sintesi che traguarda il futuro prossimo.

Se è vero, come è vero, che il Paese è stato fortemente supportato nell’affrontare la crisi pandemica non dobbiamo pensare di poter contare sempre sul sacrificio degli “eroi” né su quello di quanti, in condizioni spesso critiche e disarticolate dalla propria realtà organizzativa, hanno contribuito a garantire la distribuzione dei molteplici interventi di sostegno decisi dal Parlamento, assicurando alla cittadinanza e alle imprese l’ordinaria e straordinaria erogazione dei servizi pubblici.

Quei servizi pubblici che hanno consentito lo svolgimento della vita quotidiana pur in condizioni assoluta complessità che non sempre sono state valutate ed apprezzate da alcuni settori del mondo imprenditoriale e politico che, a volte, sembrano vivere in realtà marziane piuttosto che terrestri.    

Si dovranno, allora, senza se, senza ma, senza forse, programmare immediati interventi per restituire risorse ed attenzione a quei settori che negli ultimi anni sono stati massacrati da scelte scellerate i cui effetti negativi la cittadinanza sconta quotidianamente sulla propria pelle.  Ogni giorno di ritardo dovremmo proclamare il lutto nazionale per la nostra economia e per il futuro nostro e dei nostri figli.

Noi, però, aspettiamo al varco chi promette e non mantiene…. e il varco ha un nome preciso: si chiama “scheda elettorale”!

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