Lei segue molte Amministrazioni del comparto Funzioni Centrali. C’è un problema che si può considerare trasversale a tutti gli enti?

Sì, è la carenza di personale. Per di più le prospettive sono nerissime se non si favorisce immediatamente il ricambio generazionale. Finalmente il Governo si sta muovendo in questa direzione e, come è noto, verranno banditi concorsi per l’ingresso di centinaia di migliaia di nuovi dipendenti attraverso procedure concorsuali molto più snelle rispetto al passato. Tuttavia, il fattore tempo è fondamentale, perché il ritardo degli Enti nel programmare campagne d’assunzione - dopo un blocco decennale imposto dalla norma - e la possibilità di uscire dal mondo del lavoro grazie al combinato età più contributi rischiano di far chiudere centinaia di uffici. Il che alimenterebbe ulteriormente il malcontento dell’utenza. La quale, purtroppo, quasi mai conosce le difficoltà in cui operano i lavoratori del settore pubblico.

 

Il recente decreto Ministeri ha tolto nuovamente ai Beni Culturali la delega al Turismo. È l’ennesima puntata di una telenovela che dura da molti anni. Con quali ricadute sul piano occupazionale?

Con ricadute preoccupanti. Vede, con l’ultima riorganizzazione della Pubblica Amministrazione si è deciso, ed è un bene, di fare un Ministero del Turismo. Che però va popolato, perché a fronte di una ventina scarsa di lavoratori in servizio sono previste solo 150 unità ancora da reclutare. Si tratta di numeri irrisori per un settore così importante per l’economia del nostro Paese. Oltretutto le attività ordinarie devono essere garantite ogni giorno. Non possiamo sperare che il rallentamento dei rapporti con l’utenza causato dalla pandemia e dall’introduzione dello smart working emergenziale sia la cifra caratterizzante i servizi pubblici. Quindi: prima si fanno le assunzioni, si formano i lavoratori e solo dopo si riorganizzano le Amministrazioni. Il Turismo è un asset strategico – non soltanto per il volume di affari che sviluppa – e sarà un obiettivo delle Organizzazioni sindacali valorizzare la professionalità del personale ad esso dedicato rendendolo pienamente operativo.

 

Il PNRR contiene diverse indicazioni in materia di riordino della tutela dei beni culturali e semplificazione di norme in materia di tutela paesaggistica. Ma in questi ultimi giorni si sono levate voci preoccupate, soprattutto da parte del sindacato. Il patrimonio culturale italiano corre dei rischi? 

Purtroppo sì, perché la situazione è attualmente molto confusa. Le spiego cercando di semplificare al massimo. Com’è noto i fondi previsti dal PNRR sono declinati su misure e progetti specifici e il settore dei beni culturali, attraverso il neonominato Ministero della Cultura, non fa eccezione. La Costituzione assegna allo Stato, attraverso il Ministero, la delega su conservazione e restauro, valorizzazione del patrimonio e tutela. Tale tutela viene esercitata dalle Soprintendenze territoriali le cui differenti competenze settoriali sono state unificate, nonostante la serrata opposizione dei sindacati, dall’ultima riforma del ministro Franceschini: strutture fortemente depauperate di personale e con compiti delicati, oserei dire dagli effetti irreversibili. Nel concreto cosa significa tutto ciò? Molto semplice: se per eccessivo carico di lavoro, dovuto a carenza di personale, un funzionario non riesce a governare le mille implicazioni previste dal procedimento amministrativo e per esempio autorizza la pratica di un privato che prevede la demolizione di un manufatto vincolato, oppure interviene oltre la tempistica prevista dal meccanismo del silenzio-assenso, non è che poi si può ricostruire quanto è stato abbattuto. A quel punto la frittata è fatta. Lei consideri che tra le tante incombenze i Beni Culturali si occupano di riqualificazione urbana, tutela dei centri storici, valutazione di impatto ambientale, appalti pubblici e così via. Dunque basta una mancata risposta nei termini previsti dalla legge per generare effetti per nulla formali, ma sostanziali e, come le dicevo prima, potenzialmente irreversibili.      

 

Nel decreto Semplificazioni è stata avanzata la proposta di creare una super-Soprintendenza nazionale e attiva fino al 2026. Qual è la sua opinione?  

Per prima cosa va detto che questa nuova struttura dovrebbe avere il compito di raccordare le strutture territoriali e garantire la piena attuazione dei progetti per la transizione ecologica finanziati dai fondi del PNRR. Gli obiettivi sono quelli di snellire la burocrazia e impedire al Paese di incappare in quei ritardi che talvolta ci hanno costretti a restituire al mittente miliardi di fondi europei. Il nuovo ufficio sarebbe tenuto da un dirigente generale e il costo del funzionamento della struttura sarebbe stato quantificato in 875.000 euro/anno per i primi tre. Il paradosso è che questo incarico dovrebbe essere ricoperto dall’attuale Direttore Generale Archeologia Belle Arti e Paesaggio, un dirigente che nell’ordinario è preposto proprio a queste attività – indipendentemente dal PNRR - oltre a determinare atti di indirizzo e coordinamento. Ne consegue che la struttura esiste già. Perciò, almeno sulla carta, questa proposta è inutile, sebbene ammantata da nobili intenzioni.

 

Tuttavia qualcuno potrebbe obiettare che la segreteria tecnica della super-Soprintendenza nazionale è composta da personale interno. Perciò non si tratterebbe di un doppione come lei invece sostiene.

Non è così, perché l’organico nazionale sconta almeno il 50 per cento di personale in meno e mai rimpiazzato. E attenzione: sono anche previsti non ben quantificati esperti da coinvolgere a contratto per un importo massimo di 50mila euro lordi pro capite. Non basta: l’aspetto più sgradevole è che questa nuova struttura ha il potere di avocazione e sostituzione nei confronti degli uffici territoriali. Immagini un progetto finanziato dai fondi europei per ripristinare, per esempio, la pavimentazione lignea del Colosseo. Se il funzionario della Soprintendenza locale dà parere negativo perché ritiene l’iniziativa in conflitto col Codice dei Beni Culturali, la nuova struttura nazionale può potenzialmente affermare il contrario in funzione del fatto che può avocare i poteri delle strutture che coordina. Siamo in molti a credere che questa facoltà verrà esercitata, nonostante sui giornali il ministro Franceschini abbia dichiarato che fondamentalmente la tutela è salva.

 

Se lo scenario è questo quali problemi si presenterebbero per i Beni Culturali e Paesaggistici del nostro Paese?

Le faccio un parziale elenco. Sono a rischio: l’integrità dei nostri paesaggi, minacciata dalla frenesia di realizzare impianti fotovoltaici o eolici; l’esercizio dell’archeologia preventiva, che a differenza di ciò che si possa pensare serve proprio a velocizzare i cantieri nel caso in cui non venga rinvenuto alcunché di rilevante; la ricostruzione degli edifici a seguito di demolizioni, se si avvererà l’annullamento delle distanze minime dagli immobili storici o di pregio, soprattutto nei centri storici; il rafforzamento del silenzio-assenso, per la penuria del personale specializzato disponibile, anche in relazione alle pratiche di Valutazione di Impatto Ambientale. E mi fermo qui.

 

Da quanto lei dice esiste la concreta possibilità che salti la tutela del patrimonio culturale. Come lo spiega?

Lo spiego col fatto che c’è un nodo politico da sciogliere. Tant’è che le cronache narrano di scontri al calor bianco fra Franceschini e il ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani. Quello che posso assicurare è che il sindacato non starà a guardare e farà l’impossibile per rivendicare pari dignità a due istanze importantissime, ossia la tutela dei Beni Culturali e la transizione ecologica, ma nel rispetto dell’integrità di un patrimonio che rappresenta la nostra identità nazionale e la nostra memoria collettiva.

 

Passiamo a un tema a cui ha fatto cenno: lo smart working. Alla luce dei riscontri che le giungono dai luoghi di lavoro come valuta questa esperienza?

Positivamente. In molte Amministrazioni siamo riusciti non soltanto a mantenere gli standard qualitativi esistenti ma a triplicare la produttività, come dimostrano i report settimanali che sono stati richiesti a tutti gli uffici. Però non basta. Non basta perché adesso i diritti e doveri di chi si ritrova a lavorare in modalità agile vanno codificati nel nuovo CCNL, anche per evitare fughe in avanti da parte delle Amministrazioni che possano compromettere le relazioni sindacali, le quali hanno prodotto in ogni Ente ottimi protocolli per la sicurezza. Le faccio un esempio: l’Europa ha fornito alcune importanti indicazioni sul diritto alla disconnessione che dobbiamo recepire. Come pure l’impiego dei dispositivi elettronici, il pagamento delle utenze comuni e della rete di connessione, fino ad arrivare alla difesa del salario accessorio. Insomma, c’è parecchia carne al fuoco. Ma dobbiamo affrontare subito questi temi e continuare a legare l’organizzazione del lavoro allo stato emergenziale. Le dico questo perché attualmente lo smart working è praticato in linea con i protocolli di sicurezza firmati tra sindacati e datore di lavoro pubblico. Mentre con le ultime disposizioni del ministro Brunetta è saltata la percentuale di almeno il 60 per cento di lavoratori in smart working. Perciò diverse Amministrazioni chiedono al personale di rientrare in ufficio. Dato che la pandemia è ancora in corso, si rientra in ufficio solo per le attività che non si possono svolgere da remoto e solo se ci sono le condizioni di sicurezza. Nel concreto, mi riferisco al distanziamento fra le scrivanie, all’aerazione degli uffici, alla sicurezza sui mezzi pubblici, all’andamento campagna vaccinale, alle mutazioni del virus e così via.   

 

Lei fa parte della delegazione trattante Uilpa che sta seguendo all’Aran le trattative per il rinnovo del contratto collettivo. Quali sono i punti cardine sui quali il suo sindacato intende impostare la propria politica rivendicativa?

La piattaforma sul rinnovo del contratto collettivo Funzioni Centrali condivisa con Cgil e Cisl è ampia e articolata. Direi che il tema principale è quello del nuovo ordinamento professionale. Nel mondo del lavoro ogni innovazione, anche normativa, ha ricadute importantissime e se non immediatamente recepite nei regolamenti e nei contratti rischia di provocare ritardi irrecuperabili. Purtroppo abbiamo atteso troppo tempo per mettere mano a un tema che impatta ogni giorno con l’attività dei servizi pubblici.  Oggi lo scenario è cambiato radicalmente perché abbiamo lavori che scompaiono e altri altamente specializzati che compaiono. La Pubblica Amministrazione deve rispondere sia rispetto a chi già ci lavora e necessita di una formazione continua, sia rispetto a chi entra per la prima volta nel mondo del lavoro e magari possiede alte competenze in virtù del proprio percorso di studi. Pertanto puntiamo alla valorizzazione delle persone e alla ricostruzione delle carriere, andando a sanare ritardi micidiali nello sviluppo delle progressioni interne da parte di molte Amministrazioni. Puntiamo anche a individuare possibilità di remunerazioni più alte in linea con l’esperienza professionale e le responsabilità ricoperte sul luogo di lavoro.

 

A cura dell’Ufficio comunicazione Uilpa

Roma, 31 maggio 2021