Precarietà – tra salari bassi, saltuarietà e discontinuità lavorativa – forti e crescenti disuguaglianze, sfruttamento, insicurezza, valore sociale scarsamente riconosciuto.

È la fotografia della crisi del lavoro in Italia, sempre più socialmente insostenibile, restituita dal nuovo rapporto Disuguitalia: ridare valore, potere e dignità al lavoroDisuguitalia: ridare valore, potere e dignità al lavoro presentato oggi all’Oxfam Festival, Costruiamo un futuro di uguaglianza, con il  Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Andrea Orlando, esperti quali la direttrice centrale dell’Istat Linda Laura Sabbadini, l’economista Vittorio Pelligra e il demografo Alessandro Rosina, la vice segretaria generale della Cgil, Gianna Fracassi, Gianluca Barbanotti, segretario esecutivo della Diaconia Valdese, Nadin Hammani, socio fondatore di Robin Hood, Yvan Sagnet, Fondatore dell’Associazione NO CAP, con la moderazione di Elena Stramentinoli di Presa diretta e il commento dalle vignette di Mauro Biani di La Repubblica.

“Il lavoro, pilastro fondativo del nostro patto di cittadinanza, rappresenta la base per la dignità e la libertà dell’individuo. Con il proprio lavoro ognuno è chiamato a concorrere al progresso materiale e spirituale della società – ha commentato Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia – Oggi però il lavoro è troppo spesso leso nella sua dignità, per troppe persone non basta a soddisfare i bisogni del proprio nucleo familiare e avere prospettive di un futuro dignitoso. Il dettato costituzionale rischia di subire una pericolosa rilettura con la povertà lavorativa assurta nei fatti a fondamento della Repubblica”.

I NUMERI DEL LAVORO POVERO

Drammatica la situazione che colpisce milioni di lavoratori, denunciata nel rapporto. In Italia – secondo gli ultimi dati disponibili – 1 lavoratore su 8 vive in una famiglia con reddito disponibile insufficiente a coprire i propri fabbisogni di base e l’incidenza della povertà lavorativa, misurata in ottica familiare, è cresciuta di tre punti percentuali in poco più di un decennio, passando dal 10,3% del 2006 al 13,2% del 2017. Il fenomeno colpisce di più, in termini relativi, chi vive in nuclei monoreddito, chi ha un lavoro autonomo, e chi, tra i dipendenti, lavora nel corso dell’anno in regime di tempo parziale.

Cambiando prospettiva e guardando esclusivamente agli esiti individuali sul mercato del lavoro, anche l’incidenza dei lavoratori con basse retribuzioni risulta in forte crescita, passando dal 17,7% del 2006 al 22,2% nel 2017. Quasi un lavoratore su 5 percepiva nel 2017 una retribuzione bassa con il rischio più elevato per gli occupati in regime di part-timeSi conferma la più forte vulnerabilità delle donneil lavoro povero è più diffuso nel segmento femminile della forza lavoro con la quota delle lavoratrici con bassa retribuzione attestatasi al 27,8% nel 2017 a fronte del 16,5% tra i lavoratori uomini.

POVERTA’ LAVORATIVA: UN PROBLEMA CHE VIENE DA LONTANO

L’Italia, come il resto d’Europa, è attualmente alle prese con la nefasta congiuntura pandemica, le prospettive di una nuova recessione associata al conflitto in Ucraina, la pericolosa spirale inflazionistica. Tutti fattori che, insieme alle trasformazioni economiche in atto, rischiano di impoverire ulteriormente il lavoro e ampliare i divari preesistenti. La povertà lavorativa e le disuguaglianze che contraddistinguono il nostro mercato del lavoro hanno tuttavia radici profonde e determinanti strutturali.

“Siamo un paese in cui la deindustrializzazione è datata e l’espansione dell’occupazione ha interessato nell’ultimo ventennio settori a bassa produttività del lavoro e con salari orari più bassi. – aggiunge Barbieri – La strategia competitiva di molte imprese si basa cronicamente sulla compressione del costo del lavoro, favorita dalle politiche di flessibilizzazione che hanno visto la moltiplicazione delle tipologie contrattuali atipiche e una progressiva riduzione dei vincoli per i datori di lavoro ad assumere lavoratori con contratti a termine o a esternalizzare attività o parti del ciclo produttivo. La proliferazione dei contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL) riduce, inoltre, la capacità della contrattazione di garantire minimi salariali adeguati”.

Se il primo anno della pandemia ha impattato negativamente i segmenti più vulnerabili della forza lavoro – i giovani, le donne, i lavoratori stranieri – più frequentemente occupati in posizioni meno stabili e meno tutelate, la ripresa del 2021 ha visto il recupero dei rispettivi tassi di occupazione. A conferma del fatto che le forme precarie di lavoro sono le prime a risentire dei momenti di crisi e le prime a recuperare fisiologicamente nei momenti di ripartenza, la nuova occupazione è risultata però prevalentemente a tempo determinato e di breve durata.

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