Da tempo cerchiamo di richiamare l’attenzione del governo sul pericolo che la semplificazione amministrativa sostenuta con le nuove tecnologie crei una burocrazia digitale che si va ad aggiungere a quella tradizionale andando a gravare sui cittadini e sui dipendenti pubblici.

La digitalizzazione dei servizi va governata con attenzione sul piano dell’organizzazione interna, altrimenti le amministrazioni rischiano di avvitarsi in una spirale di procedure informatizzate senza fine che ricadono sulle spalle degli operatori e ne appesantiscono l’attività.

Un esempio lampante è quello dell’INPS, dove una recente comunicazione operativa ha prescritto ai dipendenti di dotarsi di SPID per comunicare con i sistemi informativi di altre amministrazioni. Una procedura che di fatto potrebbe rivelarsi spesso obbligatoria, viste le difficoltà di accesso ad altri sistemi di accreditamento quali la carta nazionale dei sevizi o la carta d’identità elettronica.

In poche parole, ai lavoratori dell’INPS viene richiesto di mettere a disposizione del datore di lavoro pubblico il proprio SPID (acquistato a proprie spese e per uso personale dai soggetti privati abilitati alla fornitura del servizio) per effettuare quella parte del proprio lavoro che richiede un’interfaccia con altri enti pubblici nell’interesse dell’amministrazione e dell’utenza.

E allora ci chiediamo: la digitalizzazione del lavoro nella Pubblica Amministrazione passa attraverso l’utilizzo pubblico degli strumenti privati degli operatori? Così è stato durante i lunghi mesi dello smart-working obbligatorio, imposto ai dipendenti dello Stato a causa dell’emergenza sanitaria. Ma ci avevano spiegato che si trattava di un’emergenza e che per il futuro le cose sarebbero cambiate.

Ma sembra che qualcuno ci abbia preso gusto a utilizzare le risorse personali dei lavoratori per far funzionare modelli organizzativi mai condivisi. Non ci siamo. Semplificare così è troppo semplice.

Sandro Colombi, Segretario generale UIL Pubblica Amministrazione

Roma, 17 novembre 2021