In un recente articolo sul portale Forum PA si parlò del rientro in presenza di tutti i pubblici dipendenti a partire dal 15 ottobre scorso. Ebbene, la fatidica data è trascorsa, le migliaia di Amministrazioni sparse sul territorio sono ritornate alla modalità in presenza, che qualcuno si ostina a definire “la normalità”, ma tutto è ancora da scrivere e gli aggiornamenti sul tema sono pressoché quotidiani.

Prima, però, di ragionare di decreti e linee guida, riteniamo indispensabile chiarire due aspetti, che investono il quadro generale della questione.

Il primo aspetto: se il vero lavoro agile (non lo smart working/lavoro da remoto utilizzato in applicazione della disciplina emergenziale) comporta la scomparsa dei tradizionali vincoli di luogo e di orario che hanno sempre connotato la prestazione lavorativa – l’art. 1, comma 1, della legge n. 81/2017 è molto chiaro sul punto –, spingendo dirigenza e personale tutto a reinventare le tradizionali modalità organizzative, nel settore privato come nel pubblico, si fatica a comprendere il senso della prevalenza del lavoro in presenza, introdotta nelle recenti disposizioni in materia, come vedremo più avanti. L’indicazione di quote percentuali o giornate destinate al lavoro fuori ufficio; lo stabilire a priori che la presenza fisica sia, di per sé, preferibile al lavoro da remoto (quindi debba essere “prevalente”) e farlo, per di più, in maniera sostanzialmente apodittica – quindi prescindendo non solo dalle diverse situazioni specifiche, ma dalla autonomia gestionale delle singole unità/cellule organizzative e dalla ripartizione interna delle responsabilità – sono tutti elementi che pongono, ex ante, una pesantissima pregiudiziale che falsa l’intero approccio al tema, e che rischia di minare alla base ogni sforzo di approfondimento e di interpretazione.

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