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L’accordo governo-sindacati sulla sicurezza nei luoghi di lavoro prevede una serie di misure che i auguriamo riescano a contenere in maniera drastica le morti bianche. Tra tali misure spiccano il potenziamento delle strutture ispettive, la realizzazione di un’unica banca dati nazionale sugli infortuni, la razionalizzazione delle competenze tra i vari enti pubblici. Ma c’è un altro aspetto emerso dall’incontro governo-sindacati di due giorni fa e che forse è il più importante di tutti: l’evidenza di un problema culturale.

Per quante regole si possano scrivere (con relative sanzioni per la mancata osservanza), per quante ispezioni si possano fare, per quante denunce di infortunio si possano conteggiare alla base della tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro c’è soprattutto l’idea sbagliata che per realizzare profitti o incrementare la produttività qualcuno debba rischiare la vita. E questo qualcuno sono sempre i lavoratori.

Bisogna invertire la marcia e diffondere nel Paese una vera cultura della sicurezza. Cultura che deve diventare parte integrante di una nuova idea del lavoro centrata sul valore della persona e sul diritto alla vita se davvero vogliamo che niente sia più come prima come tante volte ci siano sentiti ripetere dall’élite politico-economica durante quest’anno e mezzo di pandemia.

La formazione in sicurezza del lavoro è un investimento sul futuro estremamente conveniente in termini di convivenza civile, di solidità e competitività del sistema produttivo. Una cultura della sicurezza diffusa è alla base dell’osservanza non solo formale, ma sostanziale, delle regole nelle imprese grandi e piccole che siano. Conoscenza che salva la vita. E il ruolo delle istituzioni pubbliche in questo processo è fondamentale. Tre esempi fra i tanti:

  • l’inserimento organico della materia della salute e della sicurezza sia nei programmi scolastici delle superiori sia e in quelli universitari (in particolare nelle facoltà di ingegneria, economia, sociologia e psicologia);
  • l’avvio di una campagna capillare e permanente di informazione in tutti i luoghi di lavoro, non solo nei confronti dei lavoratori, ma anche dei datori di lavoro;
  • l’avvio delle procedure per dare attuazione ai protocolli interconfederali sulla rappresentatività sindacale, a cui andrebbero aggiunti analoghi protocolli sulla rappresentatività datoriale, per rendere finalmente operativi gli strumenti che consentono di porre fine al fenomeno del dumping contrattuale, i cui riflessi drammatici sulla sicurezza dei lavoratori sono ben noti (basti pensare alla scarsa osservanza delle norme sul ruolo e sulla formazione di RLS/RLST e delle altre figure preposte alla tutela della salute nei luoghi di lavoro).

Questi esempi dimostrano come le amministrazioni pubbliche siano coinvolte ben oltre la funzione meramente repressiva e siano chiamate, oggi più che in passato, ad organizzarsi per promuovere all’interno delle proprie amministrazioni, nel mondo della produzione e più in generale nel Paese la crescita di una maggiore consapevolezza sul problema degli infortuni sul lavoro.

In chiusura un altro tema non meno importante dei precedenti: la contrattazione. Nelle imprese dove si fa buona contrattazione gli incidenti sul lavoro diminuiscono drasticamente e le vittime sono rare. Dove non c’è contrattazione, o si fa cattiva contrattazione, la sicurezza cede il passo e la vita dei lavoratori è messa quotidianamente in pericolo.

Si tratta di un dato di fatto consolidato, che assurge ormai al rango di priorità nazionale. Per fermare la strage quotidiana occorre premiare la buona contrattazione e scoraggiare il dumping. La Pubblica Amministrazione deve compiere uno sforzo per coordinare meglio le proprie attività e contribuire – per quanto di propria competenza - a spingere il mondo del lavoro verso la buona contrattazione.

Sandro Colombi, Segretario generale della UIL Pubblica Amministrazione

Roma, 30 settembre 2021