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In questi ultimi giorni hanno suscitato parecchio clamore le dichiarazioni sullo smart working rilasciate dal ministro della Funzione Pubblica durante un question time alla Camera. Sembra che la vecchia abitudine italiana di schierarsi tra Guelfi e Ghibellini su ogni problema sia dura a morire. Oggi, per quanto concerne il lavoro pubblico, il nuovo campo di contesa si è spostato sul seguente quesito: i dipendenti pubblici in smart working da 18 mesi lavorano o stanno in panciolle con lo stipendio garantito?

Sinceramente questo tipo di duelli non ci appassionano. E cominciamo ad essere stanchi di sterili polemiche che allontanano l’attenzione dai veri problemi sul tappeto. Le condizioni approssimative in cui dalla sera alla mattina è stato reso obbligatorio lo smart working nella Pubblica Amministrazione sono note a tutti. Ed è altrettanto noto che nel generale disorientamento i tanto bistrattati statali hanno risposto in modo straordinario all’emergenza pandemica dando prova di serietà, professionalità, flessibilità, abnegazione e attaccamento al proprio lavoro. Allora perché oggi si rimette tutto in discussione? Che senso ha fare la classifica delle categorie che hanno garantito più servizi? Perché dividere gli statali in buoni e cattivi?

Ci sono problemi molto seri e molto concreti di cui discutere per riorganizzare il lavoro pubblico dopo l’emergenza sanitaria. Se è vero che lo smart working nella Pubblica Amministrazione si avvia ad uscire dallo stato di necessità nazionale, significa che occorre gestire il rientro in presenza a tempo pieno di centinaia di migliaia di persone nei rispettivi luoghi di lavoro. Orari, postazioni di lavoro, mense, pendolarismo, spazi comuni, riunioni istituzionali, contatti diretti con l’utenza, rapporti con visitatori, collaboratori esterni e così via. C’è un enorme lavoro da fare amministrazione per amministrazione, perché ogni situazione è diversa. Ci sono protocolli da rispettare, regole da applicare, controlli da garantire per la tutela della salute dei dipendenti e dei cittadini.  Insomma, è in gioco la sicurezza di venti o trentamila sedi di lavoro sparse su tutto il territorio nazionale. Perciò smettiamola con discussioni inutili e con battibecchi tra troppi presunti esperti.

Per governare una situazione complessa come il rientro in presenza e l’istituzione del vero smart working esiste un solo strumento efficace: la contrattazione collettiva, nazionale e decentrata. Alla quale vanno dati maggiori poteri e affidati maggiori spazi di agibilità, compresa la regolazione degli strumenti flessibili di organizzazione del lavoro in base alle effettive esigenze delle amministrazioni, nel rispetto del quadro normativo nazionale ed europeo.

Se c’è qualcuno fuori e dentro al governo che abbia voglia di incominciare ad affrontare seriamente questi problemi, conti pure sulla disponibilità della Uilpa. Per le risse, si rivolgano a qualcun altro.

Sandro Colombi, Segretario generale Uil Pubblica Amministrazione

Roma, 10 settembre 2021