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I dati diffusi dall’INAIL nella sua relazione annuale sull’andamento degli infortuni sul lavoro nel 2020 non lasciano dubbi: in Italia la sicurezza dei lavoratori è sempre più a rischio. Ma analizzando a fondo i dati sulle denunce di infortunio nell’anno della pandemia emerge un aspetto nuovo e terribile.

Rispetto al 2019, il numero dei casi complessivi è diminuito notevolmente (-11,4%), mentre i casi mortali sono aumentati del 27,6%. Come mai? È l’effetto Covid-19 a farsi sentire in modo pesante. Con la chiusura prolungata di molte attività produttive si è ridotto il numero dei lavoratori esposti ai consueti rischi di infortunio professionale. Ma per quelli che in piena pandemia hanno continuato a lavorare è stata una falcidia.

Ecco il vero dramma che l’emergenza Covid-19 ha portato alla luce: durante la fase più pericolosa dell’emergenza sanitaria il rischio di giocarsi la salute e la vita si è concentrato su alcune categorie di lavoratori. Quelle meno tutelate e meno pagate. Lavoratori che non potevano scegliere di proteggersi restando a casa. Donne e uomini che dovevano continuare a recarsi al lavoro tutti i giorni, loro malgrado, per garantire la continuità dei servizi essenziali al resto del Paese, operando in situazioni pericolose e spesso senza adeguate protezioni.

E davvero ci chiediamo quale prezzo avremmo pagato in termini di vite umane se i protocolli sulla sicurezza, voluti dai sindacati confederali, non avessero imposto standard obbligatori di tutele anti-Covid in tutte le imprese private e nella pubblica amministrazione.

C’è poco da consolarsi per il fatto che nel 2020 sono diminuiti gli infortuni in itinere o le morti sul lavoro per cause diverse dal Covid. Quella che emerge è la realtà amara di un mondo del lavoro sempre più spaccato in due, dove la vita non ha lo stesso valore per tutti. C’è una fetta enorme di persone che per necessità sono costrette ad accettare condizioni di lavoro umilianti, pericolose e, a volte, ricattatorie. Questa è la normalità per milioni di lavoratori e il loro numero sta aumentando. Con segnali preoccupanti persino all’interno della pubblica amministrazione.

In un quadro del genere assistiamo esterrefatti alle esitazioni del governo rispetto alla necessità di mettere subito in campo una forte politica di potenziamento dei servizi ispettivi, le cui risorse umane sono state abbattute drasticamente in nome dei tagli alla spesa pubblica.

Nel caso dell’INAIL la situazione ha dell’incredibile, con appena 246 unità di personale ispettivo in servizio al 31 dicembre 2020 (è lo stesso Presidente Franco Bettoni a dirlo nella relazione). Ma le cose non vanno meglio all’INPS o all’Ispettorato Nazionale del Lavoro, dove da anni gli organici sono ridotti all’osso e il coordinamento operativo fra le strutture è reso sempre più difficile.

Sono questi i problemi ai quali il Parlamento dovrebbe trovare una soluzione. Il Segretario della UIL, Pierpaolo Bombardieri, commentando la recente nomina del nuovo Direttore dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, ha ribadito che l’impegno della nostra organizzazione per affermare che il principio Zero morti sul lavoro “passa attraverso la capacità di coordinare e ricondurre a unità” gli interventi necessari a far prevalere una logica di massima efficacia dell’azione ispettiva. Per raggiungere tale obiettivo la Uilpa è pienamente mobilitata. E non ci fermeremo sino a che la situazione non cambierà.

Sandro Colombi, Segretario generale Uilpa

Roma, 20 luglio 2021

 

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