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Lo abbiamo detto per anni nell’indifferenza quasi generale: la pubblica amministrazione italiana è pesantemente sottorganico e il settore delle Funzioni Centrali (Ministeri, Agenzie Fiscali, Enti pubblici non economici) è quello che sta decisamente peggio. Adesso pare che se ne stiano accorgendo in tanti: politici, studiosi, giornalisti ed esperti di ogni sorta.

Come mai si sono svegliati? Perché i dati sugli organici delle pubbliche amministrazioni diffusi dalla Ragioneria Generale dello Stato sono estremamente preoccupanti e perché col Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) i Ministeri sono chiamati a svolgere un’imponente mole di lavoro. Ma il personale manca e continuerà a mancare sempre di più.

Per comprendere lo svuotamento prossimo venturo delle amministrazioni pubbliche basta ragionare sul dato anagrafico. Circa il 70% dei dipendenti delle Funzioni Centrali ha più di 50 anni e circa il 30% ne ha più di 60. Per capire la vera entità del disastro bisogna guardare a quello che succederà da qui ai prossimi 3-5 anni. Saranno gli anni del PNRR e gli anni in cui quasi metà dei dipendenti attualmente in servizio nei Ministeri andrà in pensione. Senza scivoli e senza quota 100. Solo per raggiungimento dei requisiti Fornero.

Panico nel governo e nelle redazioni dei giornali: bisogna correre ai ripari, sennò finisce che perdiamo i soldi dell’Europa. E in questi giorni abbiamo assistito a una specie di gara a chi la sparava più grossa sul numero dei pubblici dipendenti da assumere nel prossimo triennio/quinquennio: 300mila, 500mila, oltre 740mila.   

Questo gioco al rilancio ci sembra eviti la domanda chiave: quali scelte stiamo facendo oggi per il futuro del lavoro pubblico? A leggere il PNRR e i primi provvedimenti governativi per il potenziamento della Pubblica Amministrazione non c’è da essere ottimisti. Il turn over non porterà a una sostituzione di lavoro di pari qualità anche perché la maggior parte delle nuove figure professionali avrà un contratto di lavoro a tempo determinato.

Lo svuotamento della Pubblica Amministrazione, di fronte al quale oggi molti si stracciano le vesti, è frutto di una precisa strategia di pianificazione politico-economica portata avanti per oltre due decenni da governi di tutti i colori.

Eppure qualcuno si illude che la soluzione al deserto di risorse umane e di professionalità sia quella di riempire le strutture pubbliche di migliaia di dipendenti a termine da collocare negli snodi essenziali per la riuscita del PNRR. Professionisti usa e getta per rilanciare il Paese, ma potenzialmente succubi di mille condizionamenti a causa della loro posizione di debolezza nei meccanismi della macchina amministrativa.

Non ci piace il precariato. Non ci piace in generale, ma nella Pubblica Amministrazione lo consideriamo addirittura aberrante, contrario agli interessi di buon andamento ed efficienza dell’azione amministrativa. Questo è il grande tema di politica sindacale da mettere al centro del dibattito.

E bisogna anche cominciare a parlare del pericolo enorme che la precarizzazione del lavoro comporta per il sindacato in termini di messa in discussione del proprio ruolo. Un ruolo che non deriva da concessioni politiche, ma da una rappresentatività reale, misurata e certificata. Al contrario, la precarietà delle condizioni di lavoro favorisce la dispersione e la frammentazione delle rappresentanze: fenomeno ben noto nel lavoro privato e che va di pari passo con la frammentazione degli interessi e delle rivendicazioni dei lavoratori assunti con tipologie diverse, spesso in reciproca competizione.

Il gioco è sottile, ma duro. Dev’essere chiaro a tutti che noi non abbiamo alcuna intenzione di abbandonare gli spazi di rappresentatività conquistati negli anni a prezzo di dure lotte. Se questo è l’obiettivo occulto dei sostenitori della precarizzazione massiccia nel settore pubblico, è bene che sappiano sin da subito che hanno sbagliato i loro calcoli.

Sandro Colombi, Segretario generale UILPA

Roma, 6 luglio 2021