Il 14 ottobre a Udine, al Bluenergy Stadium, l’Italia gioca contro Israele una partita che vale un destino. Restare aggrappata al sogno mondiale o sprofondare nell’incubo di un’altra esclusione. È una sfida che pesa più dei suoi novanta minuti, perché gli Azzurri non partecipano a un Mondiale dal lontano 2014: undici anni di attese, delusioni e rimpianti che oggi trovano la loro ultima possibilità di riscatto.
La Norvegia ha già chiuso in vetta al girone I, lasciando agli Azzurri soltanto la speranza del secondo posto, l’unico che garantirebbe l’accesso ai playoff. Ma Israele è lì, vicinissimo, pronto a contendere quel posto con la forza della disperazione. Gli uomini di Gattuso, allenatore dopo l’esonero di Spalletti, arrivano alla sfida con assenze pesanti: Kean è fuori per infortunio, Bastoni squalificato. Sarà una partita di nervi e cuore, arbitrata dal francese Clément Turpin, sotto l’occhio vigile di un intero Paese.
Udine si prepara per un evento che potrebbe fare in un modo o nell’altro la storia di questo sport per l’Italia. Oltre 8.000 biglietti già venduti, misure di sicurezza straordinarie, vie chiuse e un’attesa che vibra nell’aria. Perché non è solo calcio, è identità, è orgoglio nazionale. Pensare a un Mondiale con Giordania, Egitto e Uzbekistan ma senza Italia è qualcosa che sfida la logica e ferisce l’anima di ogni tifoso.
Da troppo tempo la Nazionale vive all’ombra di ciò che è stata, ma martedì non ci saranno più alibi. O si torna a essere protagonisti del mondo, o si accetta il ruolo di spettatori. L’Italia deve vincere, non solo per qualificarsi, ma per ricordare a sé stessa e al calcio intero chi è davvero. Perché un Mondiale senza Italia non è un Mondiale: è un racconto senza il suo finale almeno per i tifosi azzurri.

