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La crisi delle riviste e “la missione del dotto” di Guido Melis

Esistono ancora le riviste di cultura? Intendo dire quel modello di rivista che affondava le sue radici nella lunga e gloriosa storia del passato, anche del più remoto? La rivista fondata e animata da gruppi coesi di intellettuali, dotata di una sua linea politico-culturale ben definita (di un suo fine, spesso), rivolta a un pubblico di lettori circoscritto e partecipe di quello stesso progetto culturale, destinata a ispirare, suggerire, educare, incalzare, proporre, favorire le scelte stesse della politica?

 

La storia d’Italia, quando la si ripercorra dal Settecento al Novecento, è intessuta di una trama fitta di idee ed eventi della quale le riviste di cultura riflettono spesso i nodi fondamentali. Fatta l’unità, in assenza di partiti che non fossero mere e provvisorie aggregazioni parlamentari, furono le riviste del Risorgimento e quelle sorte subito dopo a svolgere e ospitare i dibattiti politici sulle sorti del Paese; a fine Ottocento articoli memorabili su riviste (il Torniamo allo Statuto! sulla “Nuova Antologia” di Sonnino, per dirne solo uno) segnarono i crocevia degli svolgimenti politici; il dibattito parlamentare stesso ne fu sovente condizionato (basterebbe contare quante citazioni di riviste si trovino negli Atti della Camera e del Senato); i massimi esponenti della classe politica se ne valsero per diffondere le proprie idee. Durante il fascismo fu una rivista, la “Critica” di Benedetto Croce, a tener viva – lo si è spesso sostenuto – la fiamma residua di un dissenso ideale verso il regime che non ebbe altra arma se non quella della speculazione intellettuale. Ma il fascismo stesso ebbe le sue riviste, e in quelle si rispecchiò un dibattito interno che la facciata monolitica del regime impediva di rappresentare.

 

Poi venne il dopoguerra, il tempo dell’engagement sartriano, la pletora delle riviste prossime o diretta espressione dei partiti politici, ma anche di quelle indipendenti, palestre di una dialettica non risolubile nella pur dominante rete dei partiti, eretiche persino, rispetto a quella rete. Togliatti, Nenni, De Gasperi, Dossetti, La Malfa, Saragat, Moro, Fanfani, Andreotti, insomma la nostra classe dirigente, dirigeva, scriveva, leggeva riviste. Abbonarsi a una rivista e raccoglierne gelosamente le annate negli scaffali fu, per una intera generazione di lettori colti, spesso periferici rispetto alle grandi città italiane perché confinati nelle province, la modalità per collegarsi alla elaborazione nazionale delle idee, per partecipare al processo di ricostruzione del Paese. Processi di acculturazione garantiti dalla qualità di quelle riviste e dalla autorevolezza dei gruppi che le promuovevano.

 

Questo scenario virtuoso comincia a incrinarsi già negli ultimi decenni del secolo scorso, ma è con la metà degli anni Novanta che entra definitivamente in crisi.

 

Lo scenario virtuoso comincia a incrinarsi già negli ultimi decenni del secolo scorso, ma è con la metà degli anni Novanta che entra definitivamente in crisi

 

Ciò si deve a fattori ben noti: lo spostarsi del dibattito politico dalle sedi tradizionali (riviste comprese) al teatro televisivo, e più propriamente nella forma inedita del talk show; il trasformarsi, anche in corrispondenza alle caratteristiche del mezzo ora utilizzato, del linguaggio stesso della comunicazione politica (dalla dimensione riflessiva a quella dichiarativa, dal ragionamento allo slogan); il prevalere prepotente dell’immagine sui contenuti, sulle parole. Da ciò una obiettiva emarginazione delle riviste, la loro crescente solitudine: risolta nella endemica crisi degli abbonamenti e nella ridotta capacità di incidere sul dibattito pubblico.

 

Enrico Berlinguer ancora nel 1973 lanciava il suo compromesso storico scrivendo un articolo su “Rinascita”; oggi nessun leader utilizzerebbe lo stesso medium, rinunciando alla dichiarazione a sorpresa in rete.

 

L’emarginazione delle riviste (parlo di quelle – come è stato “il Mulino” – a vocazione politico-culturale) produce a sua volta il loro impoverimento. Un’analisi anche frettolosa delle tipologie esistenti rivelerebbe:

 

  1. a) la persistenza (non sempre facile) delle riviste scientifiche e specialistiche legate alle varie discipline e spesso alle università e ai centri di ricerca, ma al tempo stesso la loro separatezza rispetto al mondo della comunicazione “di fuori”: riviste per pubblicare saggi da sottoporre ai meccanismi della valutazione scientifica (Anvur), per lo più;

 

  1. b) la residua resistenza di riviste superstiti collegate a gruppi politici, non necessariamente a partiti, o anche espressione di centri rappresentativi di interessi economici o corporativi;

 

  1. c) la minoritaria testimonianza di riviste che ancora potrebbero definirsi di vecchio tipo, animate da volonterosi promotori e destinate però a cerchie molto elitarie di lettori fidelizzati.

 

A questo proposito, apro una parentesi. Il Cric (Coordinamento delle riviste italiane di cultura) fu fondato nel 2003 per iniziativa di un gruppo di riviste di questo terzo tipo e per impulso del Consorzio Baicr-Sistema di cultura e dell’Associazione delle istituzioni di cultura italiane, sul modello di esperienze straniere (l’Arce, Associazione delle riviste culturali spagnole, o in Francia Ent’Revues Association). Vi aderiscono oggi quasi 200 riviste di varia materia, periodicità, dimensione. Esse hanno caratteristiche, tematiche, obiettivi, composizioni molto diverse le une dalle altre; le unisce il generico fine della diffusione della cultura attraverso lo strumento delle riviste. Periodici a stampa, nella grande maggioranza; ma non manca ovviamente il caso della annessa edizione online o delle riviste che nascono direttamente in rete. Una mostra annuale a Parigi, organizzata per le riviste francesi, riserva un vasto stand all’esposizione di quelle italiane del Cric.

 

Non dirò di essere del tutto convinto dell’esperienza del Cric (della quale sono tuttavia convintamente partecipe quale direttore di una delle riviste aderenti, “Le Carte e la Storia”, edita dal Mulino). Tuttavia, va registrata con favore la sua esistenza (spesso la precaria sopravvivenza, per la verità), garantita dal volontariato di chi ci lavora: una parte rilevante in questa impresa meritoria l’ha avuta e l’ha ancora l’amico Valdo Spini. L’esperienza, pur coi suoi limiti, ci dice comunque qualcosa: esprime un bisogno che in certo modo confligge con la tendenza a superare lo strumento-rivista. Questo bisogno è tanto più impellente se si tiene conto della crisi epocale nella quale, non solo in Italia, è entrata da tempo la politica.

 

Il divorzio tra politica e cultura (frutto avvelenato del tramonto delle grandi ideologie del Novecento) produce anche quella che chiamerei l’afasia attuale della politica. Parlo dell’assenza di una visione generale della realtà e quindi anche di una capacità di previsione circa il suo futuro; della totale occasionalità dei programmi (sicché alle elezioni si vota senza sapere per che cosa, per realizzare quale programma); della semplificazione sino alla banalizzazione estrema dei linguaggi; della comunicazione basata sempre di più sull’immagine e sempre meno sui contenuti; del divorzio totale, in definitiva, della politica dei nostri giorni dalla cultura, da un qualunque background culturale.

 

Viceversa incombono su questa sorta di politique d’abord (uso l’espressione forzandone il senso originario datole da Charles Maurras nel 1914, e ripreso da Nenni nel dopoguerra) problemi schiaccianti, che non esiterei a definire epocali: la distruzione dell’ambiente, gli squilibri economici a livello mondiale, le conflittualità internazionali scatenate dalla fine dei vecchi equilibri, la dirompente irruzione di tecnologie inedite e il loro problematico, sempre più inattuabile controllo. In Italia (anche se non se ne parla mai nelle sedi politiche) il tema cruciale è evidente: il nostro Paese ha perduto la propria identità e brancola nel buio di un futuro indecifrabile. Ma la politica non se ne occupa, o fa retorica a fini elettorali, senza dedicarsi in modo serio ad affrontare la sfida che ha davanti.

 

A cosa possono servire allora le riviste, siano cartacee (come ancora per un po’ forse accadrà) oppure online? Io dico: a riflettere. Uso questo verbo, scegliendolo tra altri possibili (prevedere, studiare, analizzare, indagare, suggerire soluzioni) perché ciò che mi pare stia entrando in crisi (anche sotto la minaccia delle insidie di una inesorabile ascesa della intelligenza artificiale) è propriamente il pensiero, inteso come l’essenziale diversità che distingue l’uomo dalle altre specie viventi.

 

Le riviste hanno per natura una capacità di riflettere: e di farlo lentamente, pacatamente, ponendo in evidenza le contraddizioni e le complessità troppo spesso travolte dalla velocità del tempo che viviamo

 

Le riviste hanno per natura una capacità di riflettere: e di farlo lentamente, pacatamente, ponendo in evidenza le contraddizioni e le complessità troppo spesso travolte dalla velocità del tempo che viviamo (ci sono studi eloquenti sugli effetti prodotti dal bombardamento ininterrotto e tumultuoso delle informazioni sulla mente umana). Ogni rivista nel suo campo, ognuna utilizzando i suoi strumenti e il metodo che le è proprio. Possono – le riviste – accumulare dati, ordinarli, abbozzare interpretazioni, confrontare idee anche molto diverse tra loro, trovare terreni nuovi di sperimentazione e di innovazione. Possono contribuire a una iniezione di pensiero nel mondo impazzito della politica volatile nel quale siamo immersi.

 

Spezzerò qui una lancia pro domo mea: in questa iniezione di pensiero io vedo un ruolo fondamentale degli studi di storia, in tutte le loro accezioni; naturalmente non scissi ma profondamente integrati con quelli delle altre discipline. Sento dire che la storia non è più di moda. Qualcuno ne ha celebrato qualche decennio fa la morte. È un tragico errore, destinato a conseguenze catastrofiche. Perché una delle gravi perdite che stiamo subendo è proprio quella della memoria, individuale e collettiva; e con essa della nostra capacità di ricomporre passato-presente-futuro. Senza la storia non c’è identità. Senza l’identità non esiste possibilità di sopravvivenza e di sviluppo.

 

Salveranno le riviste (a loro volta ripensate, riformulate, riscritte, cambiate nei loro connotati, “ringiovanite” come sarà necessario fare) questo mondo “grande e terribile” (la citazione è da Gramsci, in un passaggio che molto ha a che fare con quanto stiamo qui discutendo)?

 

Non siamo – nessuno di noi credo lo sia – così sprovveduti da non sapere che le riviste di cultura costituiscono solo un granello di sabbia nell’immenso deserto che ci circonda. No, non avranno certo da sole questa virtù salvifica. Ma una rivista “di cultura e di politica” come “il Mulino” può, anzi deve avere una sua “missione”. Se non ce l’ha tradisce la sua funzione.

 

Esito a scriverlo per timore d’essere retorico: ma stiamo parlando della vecchia, gloriosa “missione del dotto”. Non spirano per questa missione venti favorevoli: ma occorre, se si vuole uscire dalla sterile navigazione bordeggiando costa-costa, saper andare contro vento e affrontare il mare aperto.

 

La cultura contemporanea quella missione la deve saper ritrovare, dopo averla perduta nel declino del Novecento, tra crisi dei partiti politici, imperialismo degli specialismi più estremi, trionfo delle tecniche e semplificazione delle menti. In un pionieristico libretto di molti anni fa pubblicato proprio dal Mulino (Elaboratori elettronici e controllo sociale, 1973) Stefano Rodotà ci invitava pionieristicamente a non idolatrare l’alternanza secca di quelli che sarebbero poi stati i computer: on-off. La realtà è complessa, richiede la complessità del pensiero. Rodotà non scriveva a vanvera, varrebbe la pena di rileggerlo.

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