Ora che la Uilpa ha firmato il CCNL 2022-2024 è cambiato qualcosa nei rapporti con le amministrazioni?
Non molto, almeno per ora. Nel periodo in cui siamo stati assenti non ci sono stati grandi confronti con le amministrazioni, né tavoli particolarmente rilevanti. Ora che siamo rientrati in gioco, credo che le amministrazioni stiano ancora metabolizzando il cambiamento e, infatti, non siamo ancora stati convocati. Gli argomenti da trattare non mancano. Anzi, nelle prossime settimane sarò alle Dogane di Campobasso per un’assemblea preparatoria al confronto sulla riorganizzazione. Siamo in una fase di transizione, anche perché parallelamente stiamo preparando l’avvio della stagione congressuale, che porterà all’unificazione della UILPA con la UIL FPL e con la UIL Organi Costituzionali. Ma le richieste da presentare sono pronte e appena possibile riapriremo i tavoli.
Come sono i rapporti con le altre organizzazioni sindacali?
Non sempre semplici. Con la CISL per ovvi motivi, dato che hanno firmato il CCNL 2022-2024 un anno prima di noi e quindi ci sono state delle divergenze. Con la CGIL i rapporti sono un po’ più distesi, anche perché il Molise è piccolo, ci conosciamo tutti e spesso esistono buoni rapporti personali che aiutano il dialogo. Diversa è la situazione con i sindacati autonomi, molti dei quali non hanno alcuna presenza ai tavoli e quindi tendono a rimanere sullo sfondo. In generale, le tre grandi confederazioni dominano gli spazi di confronto.
Riesce a coordinare senza difficoltà tutto il territorio molisano?
Sì. Abbiamo solo due province, Campobasso e Isernia, separate da una cinquantina di chilometri. C’è poi Termoli, sul mare Adriatico, che comunque è raggiungibile. Le difficoltà maggiori derivano dalle risorse limitate e dalla struttura intercompartimentale di alcuni uffici che dobbiamo seguire – giustizia minorile, dogane, opere pubbliche – ma che hanno la sede dirigenziale fuori dal Molise. Per partecipare a un tavolo di contrattazione per le dogane, ad esempio, dobbiamo andare a Bari che si trova a 270 chilometri di distanza. Lo stesso accade con opere pubbliche e giustizia, dove i dirigenti fanno riferimento a Roma o a Termoli. Questo complica la possibilità di assicurare una presenza costante.
Veniamo alla situazione del personale. Sono arrivati giovani nei vostri uffici?
Sì, in alcune amministrazioni ci sono state nuove assunzioni come all’Agenzia delle Entrate, al Ministero della Giustizia e all’Interno. Non tante, ma qualcosa si muove. Ciò che colpisce è il rapporto dei giovani con il sindacato perché le nuove generazioni sono molto distanti, non si avvicinano, spesso non sanno nemmeno cosa facciamo. Credo dipenda dal fatto che oggi la contrattazione è ridotta quasi solo al fondo risorse decentrate, mentre su molte materie – politiche del personale, strutture degli uffici, organizzazione del lavoro – il sindacato è semplicemente informato. I dirigenti, alla fine, decidono unilateralmente. Se non c’è un reale potere negoziale, per i giovani diventa difficile comprendere il valore dell’azione sindacale.
Secondo lei questa distanza dipende anche dal modo in cui i dirigenti interpretano il loro ruolo?
Assolutamente sì. In molti casi la dirigenza considera gli obiettivi come unico parametro di valutazione e il personale come semplice strumento. Il riconoscimento professionale è inesistente, non arriva mai un segnale di attenzione. I passaggi economici avvengono solo grazie ai criteri fissati nel CCNL e nei CCNI, che i dirigenti spesso criticano perché “passano tutti”, come dicono loro. Ma i dipendenti tengono insieme gli uffici, e lo abbiamo visto chiaramente durante il Covid, quando – anche lavorando in presenza e con rischi elevati – siamo riusciti comunque a raggiungere gli obiettivi.
Per quanto riguarda lo smart working, com’è la situazione nella vostra regione?
Molto problematica. In alcuni uffici abbiamo dirigenti che pretendono la presenza totale, nonostante riconoscano che chi lavora da casa svolge regolarmente le attività. È una questione culturale. Uno di questi dirigenti ha avuto persino una sospensione disciplinare, ma continua a rifiutare ogni apertura. Facciamo riunioni, lo incontriamo, discutiamo, ma alla fine le decisioni rimangono sempre le stesse. È frustrante, perché ai colleghi non possiamo portare risultati concreti, anche se lavoriamo molto per ottenerli.
Da quanto afferma sembra che nella sua regione i rapporti con la dirigenza siano particolarmente complicati.
In termini generali sì. Va detto che ci sono dirigenti disponibili, soprattutto quelli che provengono da esperienze sindacali, che capiscono l’importanza di un accordo condiviso. Ma sono pochi. Molti altri impongono decisioni senza informare il personale. L’episodio più recente è quello dell’Agenzia delle Entrate dove gli spazi dell’ufficio saranno ulteriormente ridotti per tagliare i costi di locazione, quando già un anno fa erano stati compressi al limite. Gli sportelli del front office sono troppo vicini, non c’è spazio per il pubblico, e ora si pensa di stringere ancora. Faremo un’assemblea e chiederemo un incontro al direttore generale, ma intanto il personale è esasperato.
Ci sono altre criticità particolarmente sentite dal personale?
La carenza di organico è una delle più sentite. I carichi di lavoro aumentano, ma le risposte organizzative non arrivano. E poi c’è l’assurdità del nuovo piano ferie secondo il quale dovremmo definire in primavera le date delle ferie natalizie. È una cosa mai vista, ma è scritto nel CCNL e le amministrazioni lo pretendono. I colleghi non riescono a programmare le ferie con nove mesi di anticipo, ed è difficile anche per noi difenderli, perché la norma ormai esiste. Anche questo fattore non contribuisce a rendere disteso il clima.
A cura dell’Ufficio comunicazione Uilpa
Roma, 20 novembre 2025

