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Interviste ai segretari regionali Uilpa
Veneto: Massimo Zanetti

Massimo Zanetti, Segretario regionale Veneto

Iniziamo dal suo ruolo: quali sono le difficoltà principali che incontra nella sua regione?

 

Ci sono due tipi di difficoltà. Una è dovuta al fatto che il nostro ruolo di sindacalisti è limitato dalla sottrazione della materia principale della nostra attività: la contrattazione. Così la nostra funzione contrattuale risulta sminuita. Riusciamo a malapena a occuparci della distribuzione di salari e produttività, i cui criteri sono fissati a livello centrale.

 

L’altra difficoltà qual è?

 

L’atteggiamento decisionista, e in qualche caso aggressivo, della classe dirigente, che caratterizza diverse realtà del Veneto. Nelle amministrazioni del nostro territorio i dirigenti si comportano in modo sempre più autoreferenziale. Soprattutto i più giovani, non ascoltano le organizzazioni sindacali, anzi a volte le considerano un fastidio. Spesso mostrano di non conoscere bene le materie di cui si occupano, però non rinunciano a fare sfoggio di autorità.

 

Come mai sono proprio i dirigenti più giovani ad avere questa mentalità?

 

Penso che sia da imputare alla stagione culturale che stiamo vivendo, che definirei triste e di grande decadenza per il nostro Paese. La macchina pubblica non può che riflettere questa decadenza. I dirigenti che escono dalla Scuola Nazionale dell’Amministrazione sembrano essere stati formati proprio per non essere disponibili all’ascolto. Ma è una mentalità che danneggia i servizi e le stesse amministrazioni creando un clima di lavoro negativo.

 

Si può vedere in tutto questo un condizionamento dalla politica?

 

Sì. Però non basta a spiegare il fenomeno. C’è anche una componente di sfiducia da parte dei lavoratori, un’assenza di impegno e di coinvolgimento che contribuisce allo scadimento umano, culturale e professionale degli ambienti di lavoro. E questo scadimento crea le condizioni affinché una parte della dirigenza subisca maggiormente il potere di condizionamenti esterni.

 

Oltre all’indebolimento della contrattazione, quali sono i più importanti problemi che affrontate negli enti delle Funzioni Centrali?

 

Il primo è la carenza di organico. Una carenza talmente grave da compromettere l’erogazione dei servizi ai cittadini. Per esempio, la Prefettura di Padova ha una dispersione d’organico del 40%. Quando a questa carenza si aggiunge un’età lavorativa avanzata, la qualità dei servizi crolla. Il secondo problema è l’insufficienza salariale, che oggi è legata anche a una produttività che non viene riconosciuta adeguatamente.

 

Può spiegarci meglio questo ultimo punto?

 

Certo. Ci viene chiesto di fare il nostro lavoro, di creare valore aggiunto e di essere formati professionalmente, ma questo non viene riconosciuto in termini salariali. La formazione obbligatoria, come le famose 40 ore, spesso non è utile e non rispecchia le reali difficoltà che i funzionari incontrano quotidianamente. I percorsi formativi non si traducono in crescita professionale o in un riconoscimento economico.

 

I giovani che stanno entrando nella Pubblica Amministrazione lasciano ben sperare?

 

In generale direi di sì. Qualificare il lavoro pubblico significa qualificare chi ha voglia di contribuire al miglioramento della funzionalità e della produttività delle strutture, anche attraverso un processo di formazione continua. I giovani di oggi possiedono questa mentalità. I meno giovani e gli anziani vanno motivati a integrarsi con i nuovi arrivati per evitare che si crei una frattura tra generazioni.

 

Qual è il futuro della contrattazione decentrata territoriale negli enti delle funzioni centrali?

 

A mio parere, non ci sarà più contrattazione, anzi sarà una “non contrattazione”. Come UILPA oggi paghiamo il fatto di non aver sottoscritto quel vergognoso contratto nazionale, per cui in alcuni casi non veniamo nemmeno convocati. Ma a parte questo, è la contrattazione stessa che sta morendo, perché non è più sufficiente contrattare il salario accessorio. Le direttive arrivano da Roma, e noi possiamo solo replicarle a livello locale. Questo finisce per privarci della nostra funzione e della nostra ragion d’essere, indipendentemente da chi sieda al tavolo delle trattative decentrate.

 

Come si esce da una situazione generale così preoccupante?

 

Se ne può uscire solo con un sindacato in grado di intercettare il profondo malessere dei lavoratori. Il problema principale è il mancato riconoscimento del proprio ruolo. Dunque, dobbiamo riappropriarci del nostro ruolo, ma per farlo occorre un grandissimo sforzo culturale, facendo comprendere alla politica che non è in gioco il bene del sindacato, ma quello della Pubblica Amministrazione e dell’intero Paese.

 

A cura dell’Ufficio comunicazione Uilpa

 

Roma, 25 luglio 2025