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Interviste ai segretari regionali Uilpa
Emilia-Romagna: Giorgio Franchini

Giorgio Franchini, Segretario regionale Emilia-Romagna

Cosa significa essere segretario regionale in Emilia-Romagna?

 

Significa rappresentare una figura di raccordo e di supporto verso i segretari provinciali. Partecipiamo agli Esecutivi nazionali dove, insieme al Segretario generale Uilpa, Sandro Colombi, discutiamo le criticità e individuiamo soluzioni. Poi sta a noi riportare tutto sul territorio, a cascata: segretari territoriali, iscritti e dipendenti. E non ci limitiamo alla teoria: interveniamo nelle emergenze, come è accaduto l’11 aprile 2024, quando abbiamo organizzato uno sciopero regionale per i 7 morti sul lavoro nella centrale di Suviana.

 

Eppure, c’è chi minimizza l’importanza dei sindacati. Ma i dati delle recenti elezioni per le RSU sembrano dire il contrario, giusto?

 

Esatto. In Emilia-Romagna la partecipazione è stata ampia e noi abbiamo superato il 35% di consensi. Un risultato eccezionale, frutto di una scelta netta: non firmare un contratto nazionale che non tutela i lavoratori. Un contratto senza reali aumenti salariali. I lavoratori ci hanno capiti, ci hanno sostenuti, e il territorio ci ha premiati. Non è propaganda: è consapevolezza diffusa.

 

L’Emilia-Romagna è una regione grande e complessa. Come riesce a coprire un territorio così vasto?

 

È faticoso, non lo nego. Da Piacenza a Rimini sono centinaia di chilometri. Abbiamo nove capoluoghi di provincia e un nutrito numero di centri strategici come Faenza o Imola. Tuttavia, ci impegniamo al massimo per essere in costante contatto con i lavoratori. Abbiamo rafforzato le realtà più deboli, come Modena e Rimini, sostituendo i segretari che, per un motivo o per un altro, non erano più in grado di reggere l’incarico. E i risultati si sono visti: in quelle città abbiamo ottenuto risultati strabilianti.

 

In concreto, quali sono le difficoltà principali che incontra svolgendo il suo ruolo?

 

Beh, oggi la tecnologia ci aiuta a coprire le grandi distanze all’interno della regione e molte riunioni le teniamo da remoto. Le vere difficoltà le riscontriamo per una drammatica carenza di personale in tutta la Pubblica Amministrazione. In alcuni enti della Difesa come il Polo di Mantenimento Pesante Nord di Piacenza, siamo passati da 900 a 130 dipendenti. È un disastro annunciato perché lo Stato, invece di assumere, esternalizza. Ma esternalizzare vuol dire spendere di più. E quindi mi pongo la domanda: per le casse pubbliche è davvero conveniente esternalizzare funzioni e servizi?

 

Non c’è modo di formare nuove leve all’interno dell’amministrazione?

 

Noi lo avevamo proposto. Bastava riaprire le scuole di formazione all’interno degli enti. Lì ci sono competenze altissime, professionisti capaci di lavorare su puntamenti laser, elettronica, motori. Ma senza ricambio, queste competenze scompaiono. E chi entra oggi, spesso scappa. Si scontra con stipendi da fame, caro affitti, caro bollette. Abbiamo visto casi di neoassunti che non hanno neanche preso servizio dopo la nomina perché vivere con 1.400 euro in Emilia-Romagna è impossibile.

 

E quindi alla fine si lavora, ma si è poveri?

 

Esattamente. È una verità che in pochi hanno il coraggio di dire: lavoriamo e siamo poveri. E non si tratta solo di soldi. È la dignità. I colleghi arrivano in assemblea e la prima domanda è: “Quando posso andare in pensione?”. Questo è un sintomo gravissimo. Un tempo i dipendenti volevano restare, oggi cercano vie di fuga il più presto possibile. Non mi sembra sia necessario aggiungere altro.

 

C’è anche il tema dello smart working, sempre più discusso. A che punto siamo?

 

Lo smart working è sotto attacco. Chi ha firmato il contratto non ha previsto tutele sufficienti. Sì, ci hanno dato i buoni pasto in modalità agile, ma hanno blindato le giornate. Il risultato? Le amministrazioni stanno restringendo gli spazi. I dirigenti, spesso, ragionano in modo retrivo: se una scrivania è vuota non stai lavorando. È assurdo, perché sappiamo benissimo che molti dipendenti in smart working producono di più. Ma la cultura organizzativa è ferma agli anni ’80.

 

Tornando al CCNL, c’è chi dice che il sindacato avrebbe dovuto firmare comunque, “meglio poco che niente”. Lei cosa risponde?

 

Che firmare un contratto in perdita è da irresponsabili. Noi non possiamo accettare aumenti ridicoli che non ci garantiscano tutele reali. Non possiamo firmare per dire “ci siamo anche noi”. Il nostro compito è tutelare i lavoratori, non fare passerelle. Altri sindacati hanno firmato. E oggi, guarda caso, cercano di tenerci fuori dai tavoli di trattativa. In Emilia-Romagna vedo una chiara volontà di ostracismo, soprattutto da parte della Cisl.

 

Quindi il rischio è che si indebolisca la contrattazione decentrata?

 

Sì, ma dobbiamo difenderla con i denti. La contrattazione decentrata è l’unico strumento che abbiamo per adattare le regole alle specificità dei territori. Serve flessibilità. Un giovane assegnato a Bologna con 1.400 euro di stipendio non può vivere in centro. Deve andare fuori città, prendere treni, affrontare spese. Dargli flessibilità oraria e smart working vuol dire aiutarlo a rimanere. È semplice logica. E invece cosa succede? Le amministrazioni impongono orari, tagliano gli strumenti, fanno finta di non vedere.

 

Da quanto sostiene non firmare il CCNL vi ha rafforzati?

 

Sì. Abbiamo RSU forti, colleghi preparati, delegati combattivi. Se continuiamo così, possiamo diventare il primo sindacato. Ma dobbiamo continuare a fare il nostro lavoro con passione e dedizione perché i nostri interlocutori – politici e dirigenti – non ci faciliteranno il compito. Tuttavia, noi facciamo i sindacalisti per dire le cose come stanno: la Pubblica Amministrazione è allo stremo, mancano persone, risorse e visione.

 

A cura dell’Ufficio comunicazione Uilpa

 

Roma, 13 luglio 2025