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Colombi. Limitare il diritto di sciopero: ancora? Risposta a Boeri e Perotti

Quando le organizzazioni sindacali rappresentative proclamano uno sciopero che investe l’erogazione di un servizio pubblico, il disagio per gli utenti di quel servizio è inevitabile. In certi casi i contraccolpi sulla funzionalità del servizio interessato e delle attività economiche e sociali che ne dipendono si fanno sentire, provocando irritazione in un’opinione pubblica spesso fomentata da una stampa di parte. D’altronde, la storia secolare delle conquiste del lavoro è caratterizzata da una continua (e spesso accesa) dialettica fra lavoratori in lotta e settori di società non toccati dagli obiettivi di quella lotta. I sindacati ne sono consapevoli. Per questo adottano codici di autoregolamentazione assai stringenti il cui scopo essenziale è quello di contemperare il diritto di sciopero garantito dalla Costituzione con il diritto dei cittadini di fruire dei servizi pubblici essenziali anche durante le fasi più dure del confronto sindacale.

 

In Italia il meccanismo di regolamentazione del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali, sancito da leggi dello Stato e recepito dalla contrattazione collettiva, è molto rigido e non consente facili scappatoie. La proclamazione di uno sciopero può avvenire solo a patto che venga soddisfatta una serie di pre-condizioni essenziali, alla cui verifica è preposta una speciale Authority pubblica dotata di ampia autonomia, che ha il potere di vietare gli scioperi e di comminare sanzioni alle organizzazioni che non rispettano le regole.

 

In generale, oggi il tasso di conflittualità nei vari settori del lavoro pubblico e privato nel nostro Paese è piuttosto basso. La (relativa) maggiore frequenza delle azioni di sciopero in taluni settori non dipende dalla mancanza di normative atte a contrastarla, ma da fattori di criticità tipici di determinate realtà produttive. Realtà nelle quali si addensano problemi annosi e mai risolti di sicurezza del lavoro, di adeguatezza dei trattamenti economici, di cattive politiche gestionali, di assenza di adeguati piani industriali e di sviluppo, ecc.

 

È su questo tipo di problemi che il sindacato confederale conduce le sue battaglie e si spinge a proclamare uno sciopero di settore quando ogni altro strumento di confronto e di rivendicazione non sembra in grado di incidere adeguatamente. Affermare che nell’Italia del 2023 si fanno troppi scioperi politici è, al tempo stesso, una falsità e una ovvietà. Non esiste un’azione di lotta sindacale che non sia anche politica. Così come non esiste un articolo di giornale sull’abuso del diritto di sciopero nei trasporti che non abbia anche un risvolto politico. La discussione stessa sui problemi del lavoro è sempre, di per sé, una discussione politica.

 

La proposta di Tito Boeri e Roberto Perotti – avanzata dalle colonne di un’importante testata giornalistica nazionale – di imporre dei “quorum minimi di adesione” tra i lavoratori per poter dichiarare uno sciopero non convince perché relativizza lo sciopero come strumento di lotta. Ne riduce la portata a una mera quantificazione partecipativa (peraltro quasi impossibile da verificare) che, di fatto, limita l’esercizio di un diritto costituzionale. Ma i diritti costituzionali non scattano solo se si supera una certa soglia di fruibilità. Il diritto alla salute vale anche per coloro che non si ammalano mai. Il diritto all’istruzione vale anche nelle comunità e nei territori dove ci sono pochissime scuole. Il diritto alla giusta retribuzione vale anche per coloro che non hanno mai percepito un compenso per prestazioni lavorative. Il diritto di sciopero vale e varrebbe anche se una esigua minoranza aderisse a uno sciopero proclamato nel rispetto delle norme dello Stato e dei contratti collettivi che ne regolano l’esercizio. Lo stesso principio, del resto dovrebbe valere per la serrata dei datori di lavoro.

 

Le regole sugli scioperi in Italia ci sono già e vanno benissimo così come sono. Semmai il problema è quello di definire la reale rappresentatività dei soggetti sindacali e datoriali fra i quali si instaurano i conflitti di lavoro che provocano disagio ai cittadini. Se Boeri e Perrotti provassero a capire meglio cosa non funziona nei settori dove si proclamano più scioperi e se la politica ascoltasse i problemi di chi vive ogni giorno la realtà sempre più degradata delle proprie condizioni di lavoro, tanti problemi si risolverebbero da soli.

 

Sandro Colombi, Segretario generale UILPA

 

Roma, 21 dicembre 2023

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